La riconnessione che insegna

Molte volte sentiamo parlare dell’uomo e della natura come di due entità contrapposte, come di due mondi separati e distinti. A ben guardare, però, l’uomo non è altro dalla natura, l’uomo è parte della natura. Niente di ciò che esiste sul pianeta, infatti, è immutabile o scollegato dal resto o è al riparo dalle trasformazioni. Tutto ciò che vediamo e con cui interagiamo quotidianamente subisce continui cambiamenti, continue metamorfosi, perfino le rocce, perché una delle leggi fondamentali della natura è che nulla si distrugge ma tutto si trasforma. 

Eppure, l’uomo si sente “altro” dalla natura. La separazione ha preso il via nell’epoca considerata “dei lumi” e continua ancora oggi, conducendo l’uomo nell’oscurità, un’oscurità creata dall’ignoranza rispetto al funzionamento e alle leggi della natura. Questa ignoranza lo ha portato ad immaginare di poter sottomettere la natura ai propri capricci e alla proprie ambizioni.

Dalla prima Rivoluzione industriale ad oggi, infatti, il consumo di suolo, l’aumento dell’inquinamento atmosferico e delle acque, l’ammassarsi delle popolazioni in grandi centri urbani, l’alterazione della biodiversità, l’introduzione in agricoltura dei prodotti chimici, la cementificazione degli spazi e via devastando hanno prodotto la crisi climatica e ambientale con cui ci troviamo a dover fare i conti. Ciò perché noi abbiamo preferito andare a lezione dagli economisti, allettati dalle loro promesse di arricchimento, e oggi ci ritroviamo più poveri di prima (spiritualmente prima che materialmente) e, soprattutto, senza sapere cosa fare. 

La natura è la nostra maestra di vita principale (anche gratuita) e per potere apprendere gli insegnamenti della natura occorre fare silenzio e mettersi in ascolto, un’operazione difficilissima per l’uomo dell’antropocene che vive immerso nel rumore e nel caos. 

Siamo circondati da rumori che ci impediscono di guardarci dentro e ascoltare quella vocina (quel daimon direbbe Hillman) che ci permetterebbe di riconoscere quali sono i nostri talenti e qual è la nostra vocazione. Siamo ciechi, incapaci di riconoscere le risorse che ci circondano e di trasformarle in valore per noi e per gli altri, siamo stati resi ciechi dalle sirene del profitto che ci hanno fatto credere che il denaro non è una conseguenza del talento che possediamo ma un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, anche a discapito della natura e degli altri. Abbiamo paura della solitudine e, nonostante siamo costantemente connessi, siamo soli assieme a tanti altri, perché non siamo più capaci di creare relazioni. Siamo alla ricerca continua di sicurezze che nessuno può darci e questo ci rende fragili e vulnerabili.

 Eppure basta osservare i comportamenti delle piante per rendersi conto che la vita è riservata a chi ha la capacità di sviluppare resilienza, capacità, cioè, di resistere agli urti della vita. Un albero, al contrario di un essere umano, è radicato in terra e di fronte ai problemi non può fuggire, deve affrontarli e fare un gran lavoro su di sé per sviluppare delle capacità superiori e superare qualsiasi avversità: una tempesta, l’attacco di parassiti, gli incendi, gli animali selvatici, il freddo, la siccità e così via. Un albero non passa il tempo a lamentarsi, come fanno gli esseri umani, cerca soluzioni a problemi e così facendo sviluppa capacità prima sconosciute. D’altronde chi vuole cambiare agisce, non si lamenta. Il miglior modo di cambiare il mondo, un albero lo sa, è cambiare se stessi e aprirsi alla collaborazione. 

Una comunità di piante sviluppa poteri molto maggiori rispetto ad un singolo individuo. Le comunità di piante, così come quelle di persone, riescono ad affrontare con maggior successo le difficoltà che la vita riserva loro:

  •  le piante più gracili vengono sostenute da quelle più robuste;
  •  le intemperie non riescono a raggiungere gli esemplari che si trovano all’interno del bosco perché protetti da quelli che si trovano ai bordi; 
  • le foreste rappresentano dei regolatori di temperatura e sono in grado di influenzare il clima e anche i campi elettromagnetici terrestri; 
  • sono capaci di creare precipitazioni locali e quindi di favorire il ciclo dell’acqua e di migliorare il terreno nel quale crescono, garantendo il mantenimento e la riproduzione dello strato di humus che, a sua volta, favorisce la crescita di funghi, batteri e microorganismi importantissimi per il buon funzionamento dell’ecosistema;
  • sono in grado di migliorare la qualità dell’aria liberando sostanze (i terpeni) preziosissime per la salute degli esseri umani.

Insieme si vive meglio e più a lungo.

Da un pò di tempo gli scienziati (i neurobiologi vegetali) stanno guardando alle piante come a degli esseri in grado di ispirarci comportamenti più virtuosi e sostenibili. Le osservano per ideare nuovi sistemi per la raccolta dell’acqua piovana, materiali resistenti al vento e alla pioggia, perfino per costruire plantoidi che saranno inviati su Marte per esplorare il pianeta rosso. In pochi cercano, invece, di capire quali modelli sociali e organizzativi possono ispirare ad un’umanità sempre più confusa e spaesata. Ma non c’è bisogno di attendere che qualcuno ce lo spieghi, è sufficiente frequentare di più gli ambienti naturali, soffermarsi ad osservare un’ape su un fiore o una foglia caduta in autunno per comprendere qual è la differenza tra esseri vivi ed esseri morti. E’ solo attraverso l’immersione nella e la riconnessione con la natura, e non accontentandoci di apprendere semplici teorie, che potremo fare esperienza diretta di ciò che la maestra può insegnarci.

Massimiliano Capalbo