Natale a Vaccarizzo: un “pieno” di valori

Far parte di una comunità vuol dire condividerne la storia, i costumi, gli intenti e anche il cibo.  

Da sempre il cibo ha fatto parte del vissuto e della quotidianità degli uomini ed è stato punto di riferimento, icona affettiva e testimonianza di ricchezza di un territorio. I sapori di alcuni piatti sono legati, ancora oggi, ad un calendario fatto di ricorrenze di origine religiosa e pagana. La ricorrenza di cui parliamo oggi è Natale. 

Natale, rappresenta l’abbondanza, la varietà dei cibi, anche poveri, la condivisione comunitaria che non lasciava nessuno a “pancia” vuota. Negli anni passati, infatti, la povertà e la semplicità dei costumi rendevano tutti desiderosi di quelle carezze culinarie che oggi fanno bella mostra sulla tavola di chi, nostalgico, ripercorre itinerari di antichi sapori, coniugati a sentieri di affetti che narrano le nostre origini.

A Vaccarizzo, Natale è la Festa per eccellenza: era, ed è, consuetudine invitare gli amici e i parenti e preparare cuddrurieddri, turdiddri e crucette. Vediamo insieme di cosa parliamo. 

I CUDDRURIADDRI

L’impasto viene preparato con largo anticipo e avvolto in vecchie coperte per farlo ben lievitare. Sul tripitu (treppiedi) troneggia una grande padella, riempita di olio, poi posta sopra la brace del caminetto. E’ compito della donna più anziana gestire a frissura (padella) e far dorare le ciambelle, mentre gli uomini badano a scegliere la legna più asciutta per portare avanti il fuoco e non produrre fumo. Leggenda narra che la donna, durante la frittura, non deve bere nessun tipo di liquido, perché si dice porti male ma, in realtà, è una giusta precauzione di fronte all’olio caldo. 

Tradizione vuole che in alcuni cuddrurieddri venga inserita un’acciuga che trasforma u cuddrurieddru in vecchiareddra, che ben accompagna un buon bicchiere di vino. In passato, i Cuddrurieddri venivano regalati, in primis, alle famiglie che avevano subito un lutto nell’anno e che per rispetto non “frijanu” (friggevano). In seguito queste prelibatezze sono diventate di dominio collettivo. 

TURDIDDRI

Si passa, così, poi a friggere i “turdiddri” (dolci natalizi tipici in Calabria), che vengono passati nel miele di api o nella melassa di fichi e tempestati di piccoli confettini colorati chiamati diavoletti e riposti in grandi piatti, per consumarli nei giorni della Festa. In verità, venivano riservati agli ospiti, cioè “SI VENI ‘NCUNU” ( se viene qualcuno). 

CRUCETTE

Altri dolci tipici natalizi sono le crucette,  le pratte, i paddruni. Le crucette, fatte di fichi secchi incrociati, vengono riempiti di noci, mandorle e scorza d’arancia.  Le pratte sono fichi infilati in astine fatte di canna comune. I paddruni consistono in palle fatte di fichi bolliti ed essiccati – ficu ‘niguri – avvolti in foglie di arancio e di fico, aromatizzati con cannella, noci, miele e scorza d’arancia. Questi vengono  infornati e riposti nella cascia cassapanca – rigorosamente chiusa a chiave fino a Natale, quando veniva aperta mostrando il calorico tesoro che veniva gustato come dolce consolatorio da vecchi e bambini. 

Ma cosa arriva in tavola nel giorno di festa?   

A cena da Vijlia i Natali (vigilia di Natale)

La vigilia di Natale, vista come la ricorrenza festiva più ricca dell’anno, richiede una lunga preparazione che  dura  tutta la giornata. Nel menù non è prevista la carne che viene, invece, mangiata al pranzo di Natale.

E’ consuetudine cucinare tredici pietanze (come il numero degli apostoli con Gesù all’ultima cena), o nove (come i mesi di una gravidanza). La famiglia si riunisce davanti  a pasta e muddrica, spaghetti con acciughe o sarde e mollica di pane fritta. Segue poi il baccalà in umido e fritto e le varie verdure. Il pasto finisce con lupini, castagne conservate nella sabbia o infornate e i dolci tradizionali.

Il pranzo di Natale

Il pranzo di Natale, invece, è a base di carne, con un primo di “pasta china”, pasta al forno, che come da tradizione viene preparata con uova, salsiccia, soppressata e polpettine di carne. Il   secondo prevede carne di capretto o agnello accompagnati da patate fritte e ortaggi vari.

Come antipasto, si tira fuori una bella soppressata, conservata per l’occasione.

Sono momenti di grande e  convivialità e soprattutto di genuina condivisione tra le famiglie che, adesso come in passato, dividono quel poco che hanno, che si dimostra essere tanto in termini di valori e umanità.

                                                                                                            Concetta Porchia